Aqaba. Ramadan sul Mar Rosso.

Una giornata ad Aqaba, città costiera al confine tra Giordania e Israele, durante il mese di Ramadan. Una metamorfosi che inizia all’alba e si conclude a notte fonda come metafora di un risveglio dalla morte a nuova vita.

Lungo la Desert Highway, arteria polverosa che attraversa il sud della Giordania, capita spesso di fare incontri particolari. Giovani dromedari dall’ispido pelo color panna sostano nel mezzo della carreggiata, incuranti delle automobili che passano loro accanto. Saeed non li tollera. Per lui, che di mestiere scarrozza persone su e giù per i governatorati di Aqaba e Ma’an, queste cisterne a quattro zampe e una sola gobba rappresentano un serio pericolo, soprattutto di notte. Il governo dovrebbe allontanarli dalle strade, dice, per esempio alzando delle recinzioni, perché i tassisti possano guidare più tranquilli.. I dromedari, dal canto loro, tranquilli lo sono eccome. Placidi, intenti a ruminare i pochi arbusti presenti, storcono appena il collo al nostro passaggio. Al limitare dei crepacci di roccia granitica, eterna cornice dell’infinita distesa di dune sfumate di ocra della Valle della luna, si muovonocon la calma di chi conosce ogni centimetro della terra che calpesta. Ci sono nati, sono loro i padroni. La Desert Highway è venuta dopo. Qui siamo Saeed e io, l’errore.

Aqaba si trova all’estremo sud del paese, una trentina di chilometri dal confine saudita e dieci dal Wadi Araba Border, checkpoint di terra per l’ingresso in Israele. Saeed mi lascia nella zona del vecchio suq, di fronte a una macelleria. Appese ai ganci di un espositore cinque capre, scuoiate e sviscerate, costituiscono la prima fotografia del mio soggiorno. Percorrendo vicoli umidi e disseminati di buche, tra edifici bassi, diroccati, di un bianco sporco, arrivo al mercato, un largo marciapiede perimetrato da banchi e spacci con piramidi di pannocchie, cesti colmi di insalata e rapanelli, barattoli di sottaceti e salamoia. Un pescivendolo canuto dall’età indefinibile incarta del tonno per una donna, avvolta in un chador rosso pastello, mentre il marito conversa con il venditore di lupini. Ogni cosa verrà cucinata a sera, quando il tramonto annuncerà la fine del digiuno giornaliero, imposto durante il Ramadan, nel nono mese del calendario islamico.

Bazar

Pochissime persone per le strade nel pomeriggio. Il caldo torrido mal si concilia con l’impossibilità di bere e refrigerarsi. Aqaba sembra una città fantasma, percorsa da cani e gatti randagi che vagano da un fazzoletto d’ombra all’altro. Il lungomare Al-Hafayer, striscia di sabbia sul versante occidentale della downtown, lontana dalle spiagge turistiche, è completamente deserto. Grossi gabbiani riposano sui tavoli dei chioschi a ridosso della passeggiata, i loro garriti l’unico rumore a contrastare il suono sordo delle onde sul bagnasciuga. Scorgo tracce di vita umana in un paio di piccoli market e nel McDonald’s del centro commerciale, baluardo occidentale in terra straniera, all’interno del quale alcuni turisti, esonerati dall’obbligo di osservanza del Sawm, placano fame e sete in un’atmosfera alterata dal refrigerio dei condizionatori. Le serrande di ogni altro luogo in cui sia possibile cibarsi sono categoricamente chiuse.

Il porticciolo è situato alla fine del lungomare, poco oltre la fortezza mamelucca. Una distesa di gusci scoloriti dal tempo e dalla salsedine e di vecchi motoscafi, con coperture in tela che hanno visto giorni migliori. Sullo sfondo, i giganteschi piloni e le infrastrutture del porto commerciale moderno, il più importante in Giordania, in aperto contrasto con i moliccioli di legno scuro che, in rigorosa successione, punteggiano questa porzione di golfo. All’orizzonte, tra le sfumature arancio e indaco del primo crepuscolo, arriva una schiera di imbarcazioni, alla spicciolata, mentre mentre ad accoglierli giunge un gruppo di persone riemerse dalle lamiere di ruggine di vicine baracche, per farsi loro incontro sulla spiaggia. Sono braccianti, che si apprestano ad aiutare i pescatori, di ritorno dalla giornata in mare, nelle manovre di scarico del pescato. Un rituale giornaliero che, durante il mese di Ramadan, è il preludio all’imminente risveglio della città.

Al tramonto, l’adhān della sera riecheggia ovunque. Il canto lanciato dal muezzin sul minareto della candida moschea principale, che deve il nome allo Sharif al-Husayn ibn Ali, scandisce l’ora della salat al-Maghrib, la quarta preghiera, nonché il termine delle astensioni giornaliere, risvegliando Aqaba e i suoi abitanti dal torpore in cui erano piombati al sorgere del sole. L’atmosfera è cambiata, da una placida attesa a una frenesia contenuta nei gesti, ma insistente negli animi. Nei ristoranti, camerieri indaffarati predispongono le vettovaglie per l’iftar , il pasto serale. Il traffico si intensifica. La gente si riversa nelle strade per gioire della convivialità, fare di quel pasto occasione di vicinanza, comunione di vita. Il digiuno viene vissuto in modo personale, ciascuno solo con la propria fame e sete, le proprie rinunce. Nelle ore che seguono la fine del sawm c’è invece voglia di condividere, è esaltato quello spirito comunitario che da millenni è simbolo e succo della cultura araba.

Il lungomare Al-Hafayer ha assunto un volto nuovo.  Nei chioschi che prima erano in balìa dei gabbiani, gruppi di uomini conversano seduti ai tavoli, si rilassano e giocano a carte. Nell’aria gli effluvi del tabacco bruciato negli arghilah. Nuvole di fumo denso portano alla testa aromi di melone, melograno, arancia, mela verde. Esalazioni di un rituale accompagnato da tè bollente aromatizzato con foglie di salvia e menta. Capannelli di persone ingombrano la spiaggia. Famiglie riunite in cerchio consumano il pasto, gruppi di giovani ascoltano musica sdraiati sotto le palme. Un anziano vestito di una lunga tunica bianca, il capo coperto da una kefiah, cammina sul bagnasciuga con una cesta di datteri: il frutto usato da Maometto, secondo la Sunna,per spezzare il digiuno. Alcuni ragazzi scavalcano le cancellate di un piccolo pontile in costruzione per tuffarsi in acqua. Gli schizzi irritano un signore baffuto che, immerso fino al petto, cerca quiete e refrigerio poco distante. Una giovane madre porge un boccone di pollo al suo bambino, rapito dal passaggio delle grosse navi mercantili che transitano al largo. Le risate e le grida di altri piccoli, impegnati a far volare in cielo aquiloni dai colori sgargianti, si uniscono al festoso vociare proveniente dai chioschi, al gracchiare di cornacchie nere in cerca di cibo, ai clacson delle automobili lungo la carreggiata. Una confusione vitale, un caos calmo nelle espressioni e nei gesti, fremente ma privo di eccessi. Lontano mille miglia dalle luci di Eilat, paradiso artificiale israeliano il cui lusso è proprio lì, incorniciato da un freddo scintillio dall’altra parte del golfo. Il lungomare Al-Hafayer è meno illuminato, sicuramente più vivo. Almeno nei volti di chi aspetta l’alba.

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