Cueva de las Manos. Mani archeologiche.

Circa 90 km a est della deviazione sulla Ruta 40, la Cueva de las Manos costituisce uno dei più importanti siti archeologici del Sudamerica. Inserita nei patrimoni UNESCO nel 1999, si trova nel canyon del Río Pinturas, all’interno del Parque Nacional Perito Moreno.

Viaggiando verso sud sulla Ruta 40, all’altezza dell’estancia La Criolla si trova una deviazione sulla sinistra, dove un vecchio cartello annuncia la direzione per la “Cueva de las Manos, sitio arqueológico”. Imboccandola si prosegue lungo una pista, completamente in ripio, costellata di sassi e enormi buche. Dopo circa 50 chilometri percorsi adagio, la pista si collega con la Ruta Provincial 97, ma la situazione non migliora. Percorrere questa strada con qualsiasi mezzo che non sia un fuoristrada è impresa difficile, a meno di non accontentarsi di procedere a passo di lumaca. Lungo il tragitto, una piccola laguna sulla destra, circondata da spuntoni e collinette rocciose, merita una sosta per osservare i numerosi animali che vi sostano per abbeverarsi: guanachi, anatre e oche selvatiche, nandù – un volatile che ricorda alla lontana lo struzzo – e la bandurria austral, simile all’ibis.

La pista termina su una meseta, un altopiano in cui si trova la estancia in cui hanno sede l’ufficio della direzione archeologica e un piccolo museo che ripercorre la storia della Cueva de las Manos e della valle circostante. La valle del Rìo Pinturas cominciò a essere visitata sin dal diciannovesimo secolo da viaggiatori, esploratori e avventurieri, ma fu soltanto nel 1941 che padre Alberto Maria de Agostini, missionario e reporter, riuscì a esplorare le caverne, inserendo poi le sue impressioni sulle pitture rupestri nel suo libro “Los Andes” pubblicato nel 1950. Da quel momento, la Cueva de las Manos divenne un sito archeologico di rilevanza internazionale, attirando l’attenzione delle riviste specializzate. Nel 1973, il geometra e archeologo Carlos Gradin iniziò la prima vera ricerca scientifica sul sito. Tutte le conoscenze odierne sulla Cueva de las Manos hanno la loro base principale nel lavoro che il team di Gradin ha iniziato da allora in poi, fino alla presentazione del sito all’UNESCO per l’inclusione nell’elenco dei patrimoni mondiali.

Partendo dall’estancia, il sito si articola in una serie di passerelle ricavate nel costone dell’altopiano che sovrasta il canyon. Le caverne si trovano a un’altezza di 88 metri. Al di sotto, la fertile valle del Río Pinturas disegna una striscia verde in mezzo alle conche e ai faraglioni rocciosi. Durante il periodo estivo il fiume ha le dimensioni di un modesto torrente, ingrossandosi poi durante la stagione delle piogge nei mesi invernali. Il percorso delle passerelle si estende per  600 metri e la caverna principale ha una profondità di circa 20 metri, per 10 di altezza e 15 di larghezza.

Al suo interno è stata rinvenuta, nel tempo, una discreta quantità di materiale di studio per comprendere lo stile di vita delle tribù nomadi che popolavano la zona tra i 9.000 e i 13.000 anni fa e che, presumibilmente, erano progenitori degli indios Tehuelche, i “giganti della Patagonia” – così soprannominati dagli europei per via della loro altezza – che poca fortuna trassero dall’incontro con l’uomo bianco. Pelli e ossa di animali che erano alla base della loro sussistenza, punte di lance e frecce, resti di fuochi e vestiario indicano come la Cueva de las Manos costituisse uno dei principali siti della zona per la caccia e l’approvvigionamento.

A essere preponderante è però la complessità dell’arte rupestre, sotto diversi aspetti. Elementi del mondo naturale o immaginario – come raffigurazioni legate al culto del sole – rendono l’ìdea di quelle che dovevano essere le loro pratiche sociali. Scene di caccia ai guanacos – realizzate in punti in cui le crepe delle pareti consentivano di riprodurre il paesaggio del canyon – illustrano una strategia comune basata sull’agguato all’animale. Sul soffitto della caverna si notano puntini di colore rosso, ottenuti immergendo nel colore le bolas – cordicelle di cuoio alle cui estremità sono legate delle palle, utilizzate come arma – e lanciandole in aria.

Ciò cui la Cueva de los Manos deve il proprio nome è ciò che da subito salta all’occhio non appena si entra nelle caverne: una moltitudine di negativi di mani, sparse in ogni angolo delle pareti, dipinti utilizzando piccoli tamponi ricavati da fibre vegetali e peli di guanaco oppure utilizzando la bocca, soffiando il colore in un tubo corto usato come un rudimentale aerografo e tenendo la mano appoggiata alla roccia. La varietà di colori, ottenuti con pigmenti di origine minerale macinati con strumenti di pietra e miscelati con del gesso, varia dall’ocra al verde a diverse tonalità di rosso e al nero, ottenuto mediante manganese.

Il motivo principale di questa usanza sembra essere legato alla sacralità della caverna: analizzando la misura delle impronte, esse appartengono per la maggior parte a persone in età adolescenziale, il che lascerebbe presumere di trovarsi di fronte a un rito di passaggio. Il componente della tribù, lasciando l’impronta della propria mano sulla parete della Cueva, sanciva il suo passaggio dall’età infantile a quella matura.

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