Istanbul. Ayasofya, in parallelo con la storia.

Prima una chiesa, poi una basilica, successivamente una moschea, oggi un museo. Ayasofya incarna e ricalca le vicende storiche, gli scontri, le conquiste e le rovine degli imperi succedutisi al comando di questa porzione di mondo, punto d’incontro tra Oriente e Occidente.

That’s the Blue Mosque, that one on the top of the hill?”.

No, sir. That’s Ayasofya”.

L’arrivo a Istanbul, scaricato in piena notte nel centro della moderna Taksim Meydanı e diretto nel quartiere di Sultanahmet, coincise con il primo errore di valutazione in una metropoli sterminata, la più grande del Vicino Oriente. Attraversando il Galata Köprüsü, uno dei quattro ponti sul Corno d’Oro che uniscono simbolicamente la città ottomana e quella che un tempo era degli stranieri – oggi identificabili nella parte antica e in quella moderna – è impossibile non notare quanto Istanbul sia accesa, resa brillante da migliaia di luci che illuminano i sette colli sui quali sorge il suo nucleo storico. Davanti a noi, la sagoma nitida di quattro minareti luminosi e svettanti al cielo. La domanda che posi al tassista fu scontata, d’altronde la Moschea Blu è forse la più conosciuta della città. La risposta mi fece capire che la mia preparazione a quel viaggio necessitava di essere arricchita.

Istanbul possiede due anime, a seconda di come la si guardi. Può essere spaccata a metà tra Oriente e Occidente, oppure può rappresentare il loro punto d’incontro. Osservando il corso della storia, può essere vista come il teatro degli scontri e delle conquiste di greci, romani e ottomani, oppure come un crogiolo di culture diverse in cui ognuna ha lasciato la propria impronta e la propria influenza. Fondata nel 659 a.C. da coloni della città greca di Megara con il nome di Bisanzio, venne ceduta ai romani cinque secoli dopo – nel 133 a.C. – per volontà testamentaria di Attalo III, ultimo sovrano del Regno di Pergamo. Sotto il dominio dell’Impero fu coinvolta nell’atto finale della guerra civile tra Licinio e Costantino, che vide quest’ultimo vittorioso dopo la caduta di Bisanzio e Calcedonia, cinte d’assedio dalle truppe dell’Imperatore d’Occidente. Nel 330 la città venne rifondata con il nome di Nuova Roma e, successivamente, come Costantinopoli divenne capitale dell’Impero d’Oriente. Nel 1204, la quarta crociata guidata da Bonifacio di Monferrato portò alla conquista della città e all’instaurazione, per poco più di mezzo secolo, dell’Impero Latino di cui Costantinopoli fu capitale. Riconquistata dall’imperatore bizantino Michele VIII Paleologo e circondata da possedimenti turco-ottomani, fu definitivamente espugnata nel 1453 dal sultano Fatih Sultan Mehmed – Maometto II il Conquistatore – che ne fece la capitale dell’Impero Ottomano. Sotto il dominio dei sultani divenne sede del califfato e vennero erette la maggior parte delle moschee che oggi la caratterizzano, oltre ai Mısır Çarşısı (il bazar egiziano) e al Büyük Çarşı (il Gran Bazar), strutture per gli scambi commerciali. La fondazione della repubblica di Turchia segnò lo spostamento della capitale ad Ankara nel 1923, ma questo non portò a un abbandono dei progetti di crescita ed espansione di Istanbul, che anzi andò incontro a una progressiva modernizzazione che attirò emigrati da tutto il paese. Le sue due anime si ritrovano anche oggi: una moderna, nei grattacieli sulla sponda europea del Bosforo e nei ristoranti e alberghi di piazza Taksim e una antica, che parla di luoghi lontani dal nostro immaginario nei quartieri di Sultanahmet – cuore del centro storico – Fener e Balat.

Nonostante l’aspetto, Ayasofya non è propriamente una moschea, o almeno non solo. Ma tra tutti gli edifici storici di Istanbul è quella che ne rappresenta maggiormente l’evoluzione nel corso dei secoli. La sua storia ricalca quella della città. Voluta dall’imperatore romano Costantino I, fu inaugurata nel 360 nell’attuale distretto di Fatih – un mahalla di Sultanahmet – come cattedrale ortodossa e sede del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli. Conosciuta con il nome di megále ekklēsía – grande chiesa – per le dimensioni maggiori rispetto alle altre chiese presenti in città, aveva l’aspetto di una basilica latina tradizionale. Nel 404 Giovanni Crisostomo, Patriarca di Costantinopoli, venne costretto all’esilio in seguito a dissidi con l’allora Imperatore Arcadio. Gli scontri che avvennero in seguito in città coinvolsero anche la cattedrale, distrutta completamente da un incendio. Nel 415 una nuova basilica, con cinque navate, venne inaugurata sulle ceneri della precedente per volere di Teodosio II, ma nel 532 bruciò a causa di una rivolta scoppiata nell’ippodromo adiacente. Di questa seconda chiesa rimangono oggi alcuni blocchi di marmo, uno dei quali raffigurante 12 agnelli come metafora degli Apostoli. Nello stesso anno Giustiniano I decise la costruzione di una nuova basilica, più grande delle precedenti in accordo con il periodo di maestosità raggiunto dall’Impero d’Oriente durante il suo regno. Vennero utilizzati materiali provenienti da ogni parte dell’Impero, come le colonne ellenistiche prelevate dal Tempio di Artemide a Efeso, pietre di porfido estratte nelle cave di Eğriboz – l’attuale Eubea – e marmi bianchi dalle isole del Mar di Marmara. Maestosi i mosaici, incastonati d’oro e pietre preziose, e la cupola centrale di 60 metri di diametro. Santa Sofia divenne quindi basilica principale delle cerimonie bizantine e il luogo in cui venivano incoronati gli imperatori d’Oriente. Nel XIII secolo fu danneggiata durante le Crociate e versava in cattive condizioni nel 1261, quando i bizantini ripresero possesso della città. 

Nel 1453 gli ottomani conquistarono Istanbul e Santa Sofia non venne risparmiata dai saccheggi. Depredata e profanata, fu ristrutturata sotto forma di moschea, vennero alzati i minareti e coperti i mosaici interni. Nel XVI secolo, durante il regno di Süleyman – Solimano il Magnifico – due colonne gigantesche provenienti dall’Ungheria furono collocate ai lati del mihrāb – la nicchia che, all’interno di una moschea, indica la direzione della Mecca – mentre Selīm-i sānī, figlio e successore, fece costruire i due minareti supplementari sul versante occidentale e installare una mezzaluna dorata sulla sommità della cupola, sancendo anche formalmente il definitivo e assoluto legame di Ayasofya con la religione islamica. A Abdü’l-Mecīd-i evvel si deve invece, a metà del XIX secolo, il più grande restauro dell’edificio, che richiese 2 anni, diretto dagli architetti svizzeri Gaspare e Giuseppe Fossati. Fu in questo momento che vennero collocati alla sommità delle colonne interne otto giganteschi medaglioni che riportano i nomi di Allah, del profeta Maometto, dei primi quattro califfi – Abū Bakr, Umar, Uthman e Ali – e dei due nipoti del Profeta, Hassan e Hussein.

Nel 1935 il presidente Ataturk sconsacrò la moschea, la trasformò in museo e oggi l’utilizzo di Ayasofia come edificio di culto è proibito. Tuttavia dall’inizio del nuovo millennio sono state autorizzate concessioni in senso contrario, come la destinazione di una piccola stanza a luogo di preghiera e la possibilità per il muezzin di lanciare l’adhān – la chiamata islamica alla preghiera – dai minareti.

Entrare in Ayasofya equivale a entrare nella storia di Istanbul. Esempio tra i più grandi di architettura bizantina colpisce per l’imponenza, sia esterna sia interna. I blocchi che formano la cinta muraria sono un tutt’uno con il complesso ed esprimono una sensazione di forza e solidità. Guardando Ayasofia da Sultanahmet Meydani, la grande piazza che la separa dalla famosissima Sultan Ahmet Camii – la “Moschea Blu” – è possibile notare come l’intero edificio abbia in realtà un colore difficile da definire, passando dai toni del panna a quelli del beige e dell’arancione a seconda dell’ora del giorno e del riflesso del sole. Posta in posizione leggermente sopraelevata sovrasta l’ambiente circostante, il parco, le fontane, le bancarelle, i ristoranti e l’intero quartiere. Gli interni riflettono un senso di maestosità, cercato e voluto dai bizantini come dagli ottomani. La cupola centrale domina l’intero spazio e, sostenuta da quattro pilastri in granito, raggiunge un’altezza di 56 metri sormontando la navata centrale, illuminata grazie a 40 finestre ad arco. L’effetto della luce crea un’atmosfera mistica, facendo scintillare gli ori e le pietre della cupola e delle pareti. Altri due colonnati delimitano le navate laterali. I marmi del pavimento e le relative decorazioni tornarono alla luce soltanto dopo la trasformazione in museo, quando vennero rimossi i tappeti utilizzati per la preghiera, così come i mosaici bizantini sulle pareti, ricoperti da stucco al tempo dell’islamizzazione. Osservando l’interno dalla galleria superiore, che segue la navata centrale fino all’abside, si può notare come i motivi e le decorazioni islamiche prevalgano in modo netto, mischiandosi però con l’architettura prettamente bizantina del complesso e contribuendo a creare una mescolanza armonica, sintomo perfetto di un incontro di culture.

Leave a reply:

Your email address will not be published.

Site Footer